venerdì 14 luglio 2017

sentì che era un punto

«O sogni o visioni qualcosa la prese e si mise a pensare, sentì che era un punto al limite di un continente, sentì che era un niente»

Via di qui e fino all'altrove. sono più di centocinquanta chilometri che separano l'afosa pianura, la capitale dello stato estense, dalla capitale sul mare, al di là degli Appennini e delle Alpi Apuane.
Da Modena a Massa. attraverso i secoli, quasi tre, attraverso l'oblio di un percorso che è tanto leggenda quanto illusione. Da qui a là c'era un lastricato largo braccia abbastanza per far transitare le carrozze, lastricato da cima a fondo per rendere il viaggio sicuro e confortevole, costellato di osterie e poste per il ristoro e il riposo, percorso da duchi, commercianti, contadini e briganti. Oggi c'è asfalto, terra, sassi, pietra, prati, fango, foglie, fiori, ruscelli, carreggiate, sentieri, frane, catrame sgretolato, guard rails, muri a secco, argilla, pietre marmo e persino acqua. Le città e i paesi attraversati dalla Via Vandelli sono oggi più grandi, popolosi e funestati da scialbe periferie, altri paesi allora non esistevano e sono nati grazie alla Via, alcuni hanno prosperato, altri sono scomparsi. Le osterie sono crollate in ruderi, nuovi edifici produttivi sono nati e poi divenuti fatiscenti, alcune stazioni di posta o rifugi sono stati ristrutturati. Le montagne stanno ancora lì, a guardia della Via, con le loro masse da aggirare o i loro crinali da seguire. Tranne quelle che vengono ridotte in polvere dagli escavatori di marmo. I fiumi regolano l'andare della Via, tenendola lontana per evitare alluvioni o troppo rapide risalite, altri la accologono accompagnandone il placido risalire le valli. Gli alberi nei secolo continuano a disegnare arazzi con le ombre dei loro rami sul ciotolato della Via o ad rinfrancare il viandante col frinire delle loro foglie: loro nei secoli o i loro figli o nipoti.
Una linea conduce il passo attraverso i territori, le case, gli uomini, gli animali e le visioni. La storia abbonda ad ogni sosta, le storie grondano per ogni episodico incontro o sogno fatto lungo la Via.




C'è tutto, sedimentato nei miei scarponi e nel nerbo del mio bastone intrecciato, impresso nelle tese del mio cappello, intessuto sulla pelle. Dall'inizio alla fine, da Modena a Massa, sulla Via Vandelli.

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sabato 17 giugno 2017

Tappa otto

La mattina inizia nell'alto del rifugio Nello Conti, con le chiacchiere a colazione dei due gestori, che parlano di cave di marmo. Ed è sufficiente guardarsi intorno per capire che l'argomento è terribile: le montagne stanno scomparendo, letteralmente.
Poco rinfrancato da ciò che gli uomini possono fare guidati dal denaro, riprendo la discesa dalla Finestra Vandelli.
Lì sotto inizia il più intricato e meraviglioso groviglio di tornanti e rampe che si possa immaginare: massicciate, selciature, curve, impennate per domare il fianco scosceso della montagna: un capolavoro di genio e follia! E anche una delle viste che attendevo da più tempo, almeno da trentanni, quando ne avevo visto le foto quasi in bianco&nero sui libri dell'Artioli. La discesa è deliziosamente a precipizio tra l'aria tersa della mattina e ogni volta che mi volto indietro a guardare sembra incredibile che quella linea di sassi che si inerpica verso il cielo sia una strada.
Arrivo, anche stavolta finalmente, a Resceto dove si respira l'aria di un piccolissimo paese valligiano. Un signore mi parla di guerra e le parole sfumano mentre cerco una discesa con cui la Vandelli se ne esce dal paese. Quel tratto e un altro tratto che poco oltre evita svariati tornanti, sono tratti originali che mi regalano belle emozioni di aver compiuto una ricerca profonda sulla Vandelli. I paesi si susseguono lungo il Frigido: Gronda, Guadine, Canevara. E il frigido diventa sempre più luogo di villeggiatura con frotte di bagnanti nelle sue acque limpide.
Per il resto la Vandelli è ora la trafficata strada della Bassa Tambura. Mi regalo ancora un tratto originalissimo per passare il Frigido da destra a sinistra su un piccolo ponte e poi lo splendore del quartiere Santa Lucia di Massa: bellissimo e sorto attorno a una larga curva della Vandelli che entra in città.
Ancora qualche incrocio trafficato e poi come per magia sorge la mai vista eppure familiarissima Piazza Aranci col rosso palazzo ducale.
Sono arrivato, da Modena a Massa, viandante a piedi, passo dopo passo, percorrendo fuori tempo massimo la Via Vandelli!

Tappa sette B

Dopo la pioggia la mattina sembra luminosa e promettente. La salita comincia già vista tra le case del paese proprio dove la Via Vandelli prende il nome di via Cave. Mentre mi avvicino si sentono i rumori dei macchinari che rodono la montagna alla mattina. Aver ritardato di un giorno mi permette di vedere questo tratto ben illuminato e azzurro. Di nuovo procedo tra i casoni e il bosco, mentre la Via un po' si fa sentiero e un po' strada. Raggiungo tra curve, bosco e sassi l'ultima cava e da lì in avanti è solo fianco della montagna che punta al passo vicino e lontano.
Al valico è una visione attesa damesi: il triangolo spaccato in mezzo alle montagne che segna l'inizio della discesa da l'una e dall'altra parte. Oltre è una cortina di nube bianca che nasconde tutto. Scendo nel nulla ovattato verso la Finestra Vandelli: un'amena piazzola di sosta fatta di soffice erba tra le aspre guglie dei campaniletti. Poi c'è il rifugio, il ristoro, la notte, le stelle e le luci della città davanti al mare.

venerdì 16 giugno 2017

Tappa sette A

Il saluto a Poggio lo do con la Pieve di San Biagio, visitandone l'interno grazie alle chiavi che mi dà Dante. Spiritualizzato, scendo la Via Vandelli che ben presto cambia da stradina a carreggiata a sentiero che segue il torrente Edron. Tra i ruderi di tante case sulla Via, mi sorprendono la fuga rumorosa sia di un cinghiale che di un capriolo. Poi viene il tratto in cui seguo dappresso il torrente: non c'è traccia e la Via è stata completamente fagocitato dal tempo: rimane solo il corso d'acqua come riferimento.
Poi seguono il mulino di Puglianella e la Ferriera come maestosi esempi dell'industriosità lungo la Vandelli, di cui fa parte anche Fabbriche di Careggine, ora sommerso sotto le acque del lago di Vagli. Ma il panorama è spettacolare, con le acque verdissime del lago e le grandi Apuane a contorno. Pranzo all'altra estremità del lago, poi inizia la salita a Vagli di Sopra e poi mi infilo nella valle di Arnetola, tra le cave e i casini, locande e osterie costruite per agevolare la risalita. Ma non la agevolano a me, ormai in disuso, quando mi sorprende la pioggia a metà strada, mi inzuppo e mi tocca rimandare di un giorno.

mercoledì 14 giugno 2017

Tappa sei

La colazione a San Pellegrino è su una terrazza vista Apuane. La discesa però è da intraprendere presto , che è inarrestabile. Si scende tra i casini, osterie costruite a servizio della Via Vandelli: Cà della Palma, il Tendaio, la Boccaia... E alla Boccaia la sorpresa di una signora che mi fa entrare proprio nella bottega della nascita vino: un gioiello di miriadi di bottiglie accatastate sulle mensole e bancone in legno. Mentre esco il gesto della signora che chiude la porta è identico a quello che è fotografato nei libri dell'Artioli alla Bettola. Perché nel frattempo l'osteria della Bettola è crollata e allora questa coincidenza diventa magica.
La discesa continua perfetta tra tratti originali e strada moderna, tornanti e falsi piani.
Arrivato a Campori non posso che pensare alle carovane di viandanti radunate qui prima della o alla fine della dura salita o discesa. Campori, Pieve Fosciana sono centri incantevoli ma troppo deturpato da periferie figlie del benessere.
Castelnuovo invece pare un gioiello settecentesco, racchiuso di pietra tra le mura, preannunciato da un suggestivo ponte, pieno di turisti che come me si ristorano dall'ardita meridiana e garfagnina con un gelato.
Poi però comincia la strada regionale, che per fortuna evito per un tratto con un'accurata studiata branca laterale originale Vandelli. Perché poi è un lungo toboga di asfalto senza banchina che pare quasi illegale. Sopravvivo a stento saltando da una parte all'altra della strada per denunciarmi alla pietà dei guidatori. Eppure è pieno di paesi dalle case di pietra, Filicaia e Termini, è maestà ognidove e segni così inequivocabili che si stringe il cuore a vedere la Vandelli resa incamminabile.
Arriva Poggio, è il paese mi fa allargare di nuovo il cuore coi vicoli stretti, la pietra, la Chiesa e l'isolata ieratica Pieve di San Biagio. Appena prima dei miei pari per la notte, niuiorchese e lituana con tre figlie una nipote e due cani, è il tutto si riassume nella parola namastè. Ma anche loro, durante la cena condivisa, mentre le ragazze arrostiscono toffolette, mi chiedono curiosi di questa mia strada di casa che arriva fino qui...

Tappa cinque

Lascio Marcello e Cristina di buonora e inizio una lunga traversata solitaria: per un giorno non incontrerò nessun paese, solo case sparse. Per chilometri e chilometri ci saranno solo i rumori del bosco o dei campi, il cielo e la Via. Da Centocroci la strada è bellissima e dolce, anche quando sale, l'aria fresca e il Cimone osserva tutto bonario. Poco dopo le capanne celtiche, un uomo in panda mi insegue pere parlarmi che ha letto di me: il primo che incontro che non critichi o mi voglia spiegare che ho sbagliato tutto. Continuo con leggerezza fino alla Fabbrica, osteria costruita di servizio alla strada nel '700, con la sua splendida fontana altrettanto antica. La Via riparte in un bosco ancora più bello, e le essenze arboree cambiano col passare dei chilometri, fino alla massa soverchiante del Sasso Tignoso. Da lì ricomincia un po' di civiltà, con costruzioni e attraversamenti di strade asfaltate. Ancora non so che mi attende la Selva Romanesca... o meglio lo so, ma ciò che non so è che è al pari bella per alberi caleidoscopici e Via Vandelli con selciatura originale, quanto terribile per le pendenze e i tornanti proibitivi oltre che infestata di zanzare. Fortuna che manca poco, al valico, al crinale, alla Toscana e al santuario di San Bianco e San Pellegrino che spero allontanino per un poco questo tormento demoniaco. Ma in cambio offrono la vista della Apuane al tramonto, belle e terribili...

martedì 13 giugno 2017

Tappa quattro


Stamattina la colazione sa di famiglia. Ma bisogna rimettersi in strada, che ci sono gli ultimi chilometri di traffico, fino a Lama Mocogno, tranquilla di marciapiedi e agitata di personaggi che mi bloccano per spiegarmi loro dove passa la Via. Compro i panini e riparto finalmente verso Mezzolato, paese misconosciuto e franato, in cui chiacchiere con l'arcigno proprietario della panchina su cui sono seduto: ma c'è una casa dagli scuri dipinti e tutto sorride.
Riparto, finalmente in crinale tra i prati e le rotoballe di fieno, fino a Borra dove inizia la ricerca del percorso giusto, tra folli risalite nel fitto dei rovi, lunghi tratti tra i pini, una pennichella avvolto dall'atavico silenzio della Fignola e vivi a ripetizione che mi portano a La Santona, che altro non è che un paese da far west con una fontana dall'acqua limpidissima.
E via di nuovo, alle Lezze, che commuovono per quella soffiatura e quei muretti di sasso così perfetti: la salita si fa più dura ma pare quasi piacevole, mentre il Cimone cambia lentamente prospettiva, da davanti a di fianco e nuvole bianche ne sfumano i contorni.
All'Inferno di Barigazzo ci sono fiamme e lo spirito gassoso di Plinio ad attendermi; insieme a millemila mosche che saranno il nugolo che mi accompagnerà fino al tramonto. Affetto il passo tra le grige rocce che si sfaldano sottilissime e le pozze che abbeverano gli animali del bosco.
Fino alle Cento croci, dove all'ombra aspetto Marcello e la sera carbonara e la notte di stelle.